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L'acqua riflette copie del cielo e della riva. Il fiume si dilunga
verso punti sconosciuti per un viaggio lento che si ispira ai
diversi effetti della luce. E un mondo con gli occhi tristi quello
raccontato da Luigi Zecchi, una silente fantasia sembra animarlo, al
punto che nelle sue composizioni c'è la complessa sobrietà di chi
osserva la vita da angolazioni appartate, comunque capaci di
escursioni in territori dove una solitudine fiabesca s'intreccia a
sogni velati di malinconia. L'esploratore della porta accanto,
recita il titolo della rassegna, accattivante richiamo a un intimo
rapporto con una realtà pensata a pochi passi dall'uscio di casa.
Non è proprio così: la simbologia, si sa, annulla qualsiasi tipo di
distanza così come il silenzio non ha particolari gradazioni
acustiche. La segreta lingua delle cose mute, ricordava Baudelaire,
una segretezza entro la quale Zecchi si immerge fantasticando al di
là della semplice ferialità, attorno a visioni che possono essere
colte nella pianura che circonda la sua abitazione, nelle prime
balze dell'Appennino, sfogliando appunti immagazzinati assieme ai
ricordi. Zecchi vive in un tratto della Bassa bolognese. Non deve
far altro che imboccare un sentiero tra i campi per abbracciare
porzioni di terra dove lo svolgersi delle cose è sottoscritto da
diafani effetti di luce, oppure contrassegnate da presenze naturali
che si ergono simili a totem legati a temi onirici. La pittura di
Zecchi è fatta di segnali, di ombre che appaiono nella meridiana dei
propri giorni, di alberi per lo più spogli sotto i quali, romantici
viaggiatori, piccoli uomini si misurano con la natura.
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