| |
A riprova del potere evocativo che hanno le opere d’arte in generale
ed i quadri in particolare, guardando questi ultimi lavori di Luigi
Zecchi da subito non ho potuto fare a meno di ricordarmi di quella
giornata luminosa di tanti anni fa. Vi sono quadri del nostro
artista che mi hanno ricordato alcune immagini che pensavo di avere
riposto per sempre in qualche parte della mente; dipingendo,
l’artista pare giocare con le acque dei fiumi del nostro Appennino,
in cui bambini giocano o pescano sopra le rocce che coronano i
mulinelli delle acque e le cascatelle delle correnti; descrive
angoli luminosi e silenziosi di chiuse e rocce e cascate ed erbe e
sassi. A volte lascia un segnale, una striscia o una freccia rossa o
un filo di fumo o una memoria di antichi monumenti greci come ombre
impresse nelle rocce, quasi a darci una chiave di lettura o metterci
sull’avviso che quello che stiamo osservando non è solo come lui ce
lo rappresenta. Paesaggi muti e silenziosi, quasi nature morte
fermate nell’attimo sospeso di un pensiero. Altre volte a
interrompere questa emozione, nel cielo: un aquilone, una
mongolfiera, il fumo sottile di un aereo che passa altissimo. I
cieli, quasi sempre limpidi, hanno ogni tanto alcune nuvole
rarefatte: quasi nature morte dentro una più grande natura morta. Me
lo immagino, Luigi Zecchi vagare quando è nella sua seconda casa,
sulle colline tra Bologna e Modena, lungo le rive del torrente
Scoltenna (che finirà poi nel Panaro nei pressi del paese ove abita
di solito); vagare dicevo per chilometri attorno alla sua casa
percorrendone i sentieri reali o a volte virtuali. Sentieri che si
dipanano e partono dalla campagna che vede fuori dalla sua casa a
Sant’Agata Bolognese, al centro della vasta pianura emiliana. Li
risale a ritroso dalla carrettiera fuori dalla porta di casa sua e
poi su su fino ai boschi di castagni dell’Appennino. Sia che cerchi
i funghi per fare risotti speciali sia che lavori accanitamente alla
cura dei suoi bonsai non fa differenza. Sono sicuro che
incontrandolo uno di questi pomeriggi noi potremmo dire come Henry
Stanley “Il professor Zecchi suppongo.” Egli al pari di David
Livingstone sta esplorando le colline e le campagne e il percorso
dei fiumi; sta ascoltando il suono argentino delle acque o il tonfo
di un sasso da lui gettato in una pozza di acqua calma, condotto da
quel filo rosso che disegna nei suoi quadri. Un esploratore delle
nostre colline e delle nostre campagne, domestico, familiare, amico,
quasi fosse il vicino di casa o un nostro parente o noi stessi.
|
|