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Una striscia rossa si spinge fino a chissà dove, Luigi Zecchi l'ha
tracciata ai margini di un fiume, da un masso all'altro, una
saltellante indicazione come rosse sono le frecce che tra gli alberi
paiono dare un registro alla solitudine.
Luigi Zecchi insegna incisione all'Accademia di belle arti di
Bologna e ogni tanto si concede una vacanza espositiva. Ora presenta
un gruppo di opere alla “Barozzi” di Vignola, per lo più lavori
degli ultimi tempi, dipinti e acqueforti. Ci sono anche le
ultimissime prove, ovvero nature morte singolari, come è particolare
il repertorio dei paesaggi, dove il silenzio pare suggerire i tempi
ad uno straniamento lirico contrassegnato da elementi prelevati dal
circostante, ma ridotti a simboli di un lungo ascolto. Nelle tele,
il senso d'attesa di sognati eventi si colora d'irreale. Il “grande
solitario” è un alberone con la cima mozzata che s'impone nella
piana simile a un totem contro il cielo, poi ci sono casette rosse e
fili di fumo quasi a segnalare memorie di esseri che non si vedono.
Quindi le nature morte di cui si diceva, vasetti che al posto di
fiori accolgono galleggianti, di tutte le misure e le cui ombre
frastagliano di grigio un tratto di parete.
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