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...a ben vedere, infatti, Zecchi usa del colore quando, affascinato
dalla realtà che lo circonda, in essa si immerge soffermandosi a
raccontare, con minuziosa fedeltà, colori, atmosfere, prospettive e
tutto ciò che di cantabile gli suggeriscono un campo ed un bosco, lo
sfavillio dell'azzurro del cielo, il bruno delle terre e gli
innumerevoli verdi degli alberi. Ricorre invece al bulino quando
avverte l'esigenza di sostare per riflettere ed approfondire. Isola
un particolare - magari enorme quanto una pianta centenaria - lo
toglie dal suo contesto naturale di riferimento cesellandone (con
quella certosina pazienza che è del miniatore) ogni pur minimo
contorno e, su una superficie divenuta - fuor di metafora - pagina
di poesia, in esso scopre verità recondite o inaccessibili. Come per
magia, ma la creazione dell'immagine è sempre una magia... E prende
forma e vita un "Arboreto silenzioso" dove Leopardi torna a cantare
che 'Vissero i fiori e l'erbe" mentre Grazio ammonisce che "Se andrà
il mondo in frantumi, lui, impavido resterà ritto sulle rovine".
Oltre le chiome delle querce (potenti nonostante le minime
dimensioni delle lastre) che celano un orizzonte solo immaginato e
dietro colline che appartengono ad un mondo surreale eppure
verisimile, il pensiero va a cogliere il senso di una solitudine
"dura e cara, compagna dei miei tardi giorni"; là dove "altro non
odi che il silenzio, non vedi altro che l'aria" e dove, infine,
"tutto cambia, nulla muore"... Valeri, Saba, Ovidio... Perciò,
incide Zecchi, la figura è ombra, simulacro rassicurante ed
espediente necessario; ma la percezione deve andare oltre il
consenso gradevole ed immediato, fino ad un luogo dello spirito che
si chiama poesia e non può essere descritto. Solo partecipato e
vissuto.
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