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Paesaggi-luoghi dell’ironia sottile, quelli di Luigi Zecchi, abitati
da un’interna tensione minimale che crea strutture apparentemente
naturalistiche tra impulso metafisico e vocazione surreale. Una
vocazione che, tuttavia, non smarrisce mai il contatto con la
certezza della cosciente vertigine del reale.
Infatti l’osservazione attenta e ben orientata dell’artista offre
elementi di nature di paesaggio che, mentre rivelano salde
caratteristiche di forma, di proporzione, di colore e di trama,
tendono ad essere trascese nel distacco dell’emozione visiva. Allora
dei “target” per il tiro con l’arco, un cancello rosso, un filo di
fumo, una misteriosa depressione terrosa, forse artificiale, sul
terreno verde d’erba, un filo di fumo che si confonde con le nuvole
nel cielo, una rete ingarbugliata tesa fra due alberi addirittura
una mosca fuori campo, quasi sulla cornice, assumono la funzione,
non tanto di simboli, quanto di tracce apparentemente prive di
significato di presenze umane scomparse nel silenzio della natura
...
...una contaminazione controllata che non aliena la calma luminosa
del paesaggio in una visione alterata, ma induce i sensi
dell’osservatore a immedesimarsi, rasserenato, in un paesaggio che
esiste da sempre nel fondo del proprio immaginario. E’ come se
l’artista operasse incantesimi del vedere concreto nell’incontro di
due soggettività: quella infinita, di origine romantica, che aspira
alla coincidenza del proprio essere con il tutto della natura, e
quella piccola del fare umano che, spesso, è un giocare nella natura
con discrezione, quasi senza farsi notare, ma avvolto dalla libertà
della contemplazione...
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